Una striscia di strada bianca, forse neve: una figura umana che cerca di attraversarla per valutare il disastro che si presenta davanti. Nell’aria la nube gassosa si sta dissolvendo e il cielo risplende azzurro, anche se solo in una piccola parte. L’uomo, o la sagoma di esso, è spaventato, indeciso se vale la pena avvicinarsi e prestare aiuto. Lui stesso è sofferente, i suoi vestiti, le scarpe, le mani e la faccia non sono stati risparmiati dal calore e dalla disumanizzazione.
Oltrepassata una certa soglia, anche nel gulag non si sente più il dolore. Ma non si può stare fermi ma nemmeno osare guardare le rovine alle spalle; in questo posto, lontano dalla civiltà, l’essere umano ha perso tutto: ricordi, affetti, amici, la sua casa, i suoi vicini, la ragione. E pensare che da ragazzi stupidamente a fare la guerra si giocava e frequenti erano le parole, pronunciate col sorriso, come “nemico”, “territorio da conquistare”, “occupazione”, “assalto”, “vittoria”. Poi al tramonto, al ritorno a casa, l’unica preoccupazione era coprire qualche graffio al ginocchio o allo zigomo e soprattutto nascondere lo strappo sui pantaloni, quasi nuovi. Forse per questo una volta cresciuti la parola “guerra” nella bocca dei politici-commercianti non fa la giusta paura: quelli più sensibili non li hanno votati, ma nemmeno con forza ostacolati. Lager, gulag, campi di punizione e conflitti non erano poi così vicini. La grande x del mirino è rimasta incisa nel terreno, la macchia rossa non smette di allargarsi, fa paura ma, anche avvicinarsi è pericoloso, poi difficile, anzi impossibile trovare superstiti nell’obbiettivo colpito, ma il cielo è sempre più azzurro, e siamo portati per natura a dimenticare, quindi è destino fare gli stessi sbagli e gli stessi stupidi giochi.
Sandro Giordano 29 agosto 2024

